escapisms

siria, aprile 2013

Mi trovavo nella stessa provincia siriana, quella di Idlib, il giorno in cui sono stati rapiti Susan Dabous, Amedeo Ricucci, Elio Colavolpe e Andrea Vignali, a pochi chilometri di distanza, in un paese martoriato da una guerra di cui si stenta a vedere la fine. Ci sono andato per documentare il lavoro del siriano-bolzanino Malih Fallaha e della sua organizzazione umanitaria Syrian Children Relief, e questo è il mio racconto di quei giorni:

Binnish, Siria 04/04/13


Oggi è il compleanno di mia madre, settantanove anni, e io la sveglio alle sette del mattino per farle gli auguri prima di attraversare il confine turco-siriano da clandestino.
Siamo Malih Fallaha, suo cugino Assaad e il sottoscritto. Malih è un siriano che abita a Bolzano dal 1980, dove scappò in’occasione della rivolta contro Assad padre di quell’anno, creatore di una associazione umanitaria che si chiama “Syrian Children Relief” e io sono qui per documentare la consegna degli aiuti a una novantina di orfani di guerra seguiti dall’organizzazione. Soldi e giocattoli. Binomio perfetto.
Un’amico di Assaad, che dallo scoppio della guerra ha portato la sua famiglia a Reyhanli, paese turco a circa tre chilometri dal confine di Bab Al Hawa, ci scarica al limitare di un campo. Assaad si carica sulle spalle un enorme sacco nero pieno di giocattoli, principalmente peluche, io mi carico la borsa con il mio materiale, e ci incamminiamo per circa due chilometri prima di raggiungere un fosso nel quale ci caliamo per poi risalire fino alla vera e propria frontiera delimitata da un reticolato continuo.
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Troviamo il posto migliore in cui scavalcare senza martoriarci e siamo in Siria, addentrandoci in un uliveto in attesa che il nostro autista siriano ci trovi e ci recuperi.
E’ stato molto facile.
Arriva il nostro furgone pronto a portarci verso Binnish. Sulla strada incontriamo un posto di blocco ogni 5/6 chilometri. Miliziani armati quasi sempre di AK47 ci fermano, ci salutano dando la mano a tutto l’equipaggio chiedendoci dove siamo diretti. Sembra si conoscano tutti.
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Binnish è un paese di 25.000 abitanti all’incrocio tra due strade. Arrivati a destinazione, ci dirigiamo alla sede dell’associazione al primo piano di un edificio che si trova in una delle strade centrali della cittadina a duecento metri da una moschea, composta da uno stanzone con cuscini sul suolo appoggiati alle pareti alla quale si accede passando per un corridoio buio, lungo cinque metri. All’interno dello stanzone delle prese di corrente, un router wi-fi, quattro portatili, una stampante e una teiera sempre calda. Nel bagno un generatore in funzione. Dentro ci lavora un gruppo di ragazzi sotto ai trent’anni, capitanati da Adam, l’unico che parla anche inglese. L’ufficio svolge anche la funzione di agenzia di stampa locale. Registrano video e scattano fotografie che poi postano direttamente sul loro profilo di facebook e che passano a chiunque sia interessato alla situazione locale.
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Mi chiedo cosa cavolo ci faccia un fotografo occidentale in questo posto. Un giornalista che parli l’arabo e che riesca ad interpretare ogni piccola sfumatura in quest’intricata situazione ha il suo perché. Ma ognuno ha ormai una videocamera, una macchina fotografica e uno smartphone collegato ad internet anche qui, in guerra. Un fotografo freelance poi…
Ci sediamo per terra e mentre sorseggiamo l’immancabile Çai, il tè nero, si prepara la lista dei bambini e le buste con i soldi da consegnare alle famiglie in cui vivono gli orfani.
Ogni tanto in lontananza si sente qualche botto minaccioso. Montiamo tutti quanti sul furgone, e partiamo. Siamo in sei. Le prime consegne le facciamo li a Binnish. Su dieci indirizzi cui bussiamo, troviamo appena quattro bambini. Malih consegna loro una busta con cinquanta euro, che viene subito requisita da un adulto, e un giocattolo. Abbiamo peluche a volontà, tra i quali ne scorgo anche alcuni appartenuti a mia figlia e che lei ha deciso di regalare.
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Finite le consegne a Binnish, passiamo a Toum e da Toum a Taftanaz. Negli altri due paesi la media di consegna migliora notevolmente. Il motivo delle assenze potrebbe essere che sono in visita a dei vicini, si sono trasferiti a casa di qualcun altro, hanno cambiato paese o se ne sono andati in un campo profughi, temendo i continui bombardamenti.
I bambini che riusciamo a trovare stanno bene. Sono ben nutriti e sorridenti. Non sono abbandonati a se stessi in un orfanotrofio o per strada, vivono con i nonni o con gli zii. In molti casi la madre è viva, e li accudisce. Quelli più piccoli, tra i dodici e i ventiquattro mesi sono forse quelli che sentono di più lo stress, le bombe. Gli altri forse la vivono come un’avventura. Stanno comunque a giocare in strada e, se sono maschi, ogni bastone, tubo o canna è utile per costruirsi il proprio fucile, per preparare una pistola con cui combattere nemici non troppo immaginari.
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I nonni escono dalle case offrendoci caffè arabo che dobbiamo bere tutti quanti dalla stessa tazzina. Sorrisi, strette di mani, carezze ai bambini e via, a cercare il prossimo.
All’uscita di Taftanz ci fermiamo a fare un giro all’interno del locale aeroporto militare. Superiamo la diffidenza iniziale di un miliziano neanche vent’enne che vi si trovava di guardia e entriamo. Un enorme campo pieno di elicotteri di costruzione russa. Molti abbattuti, molti altri ancora sani all’apparenza, tutti quanti scarnificati. Ogni bomba, razzo o mitragliatore che li armavano è stato staccato per poter poi essere riutilizzato in diverse condizioni.
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Pare che i ribelli abbiano messo un mese a impadronirsi della base e la leggenda locale dice che ogni guerriero si sia scavato la propria fossa al lato della sua postazione: o vinciamo o che sia sotterrato nell’intento. Appena un elicottero cercava di librarsi in volo un RPG lo abbatteva, e se non sapete cosa sia un RPG, non avete mai giocato a nessuno dei videogiochi più venduti al mondo.
Andiamo a pranzo a casa di un cugino di Malih. Gli uomini si dedicano alla preghiera prima del pasto, mentre io mi porto alle loro spalle. Se mi sedessi davanti, mi porrei tra loro e Dio. Finito il rito inizia il banchetto. Ottimo e abbondante. Ringraziamo il nostro ospite e partiamo.
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La prossima tappa è il quartier generale della fazione ribelle locale: “Al Rashied”. Il loro comandante, caftano e turbante nero, bandoliera, pistola sotto l’ascella e un’aria che ricorda vagamente Tom Waits si chiama Nadim Salay.
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Ci accoglie nel suo ufficio nel quale sono seduti anche il suo braccio destro e quello sinistro, rispettivamente Hamoud Al Saidai, muratore prima della guerra, e Abu Aid Shwaib, in precedenza camionista sulle tratte internazionali. Mentre Hamoud e Abu Aid, come praticamente tutti gli altri guardano dritto in camera quando li ritraggo, mentre Nadim ignora completamente e volutamente l’obiettivo.
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Dicono di contare nelle loro file circa 250 miliziani, la metà dei quali impegnati nell’addestramento ed in funzioni di controllo strade locali, mentre l’altra metà si trova a combattere in prima linea. Rispondono alle mie domande e nella mezz’ora che passiamo in ufficio passano altri cinque guerriglieri, tutti sopra i trent’anni a farsi ritrarre.
Bene grazie, si è fatto tardi, abbiamo una frontiera da passare e non sappiamo ancora dove. Usciamo verso il furgone, ma vengo bloccato da diversi ragazzini con AK47 in mano: anche loro vogliono una fotografia. Mi presto più che contento e ripartiamo.
Il nostro autista ha sentito dire che ci sono dei contrabbandieri dalle parti di Khirbat, che per pochi soldi fanno passare la frontiera. Assaad pensa che valga la pena provarci ed arrivati ad un uliveto ai piedi di una collina troviamo degli uomini che ci squadrano circospetti. Il gruppo è composto da quattro uomini tra i trentacinque e i cinquant’anni e da due ragazzi che non ne avranno più di ventidue.
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Questi ultimi sono i nostri passeur: giacche sbrindellate e pantaloni pieni di buchi, dopo una breve contrattazione ci aggreghiamo al gruppo. La salita è bella tosta, soprattutto al ritmo con la quale la affrontiamo.
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Sta diventando buio e arrivati in cima ci fermiamo a controllare la pietraia sottostante nel caso dovessimo scorgere la polizia turca. Preso fiato, inizia la discesa a rompicollo alla metà della quale troviamo un reticolato con un bel buco in mezzo. Sentiamo delle urla in lontananza e nessuno ha il tempo e la voglia di tradurmele. Ci infiliamo al volo nel buco e giù di corsa fino ad arrivare ad un paesino completamente al buio. Cerchiamo di chiamare un altro autista che ci dovrebbe raccogliere e fino al suo arrivo restiamo fermi e acquattati nell’ombra. Non si sa mai.
Da lì all’albergo


Binnish, Siria 05/04/13

Sveglia alle sette di mattina, alle sette e trenta siamo in macchina diretti a Reyhanli per andare a recuperare Assaad, cugino di Malih. Oggi proveremo a passare la frontiera legalmente in macchina. Il problema è che se mi stampano il timbro d’uscita dalla Turchia sul passaporto, rientrando dalla Siria, non sono obbligati a farmi rientrare nel paese. Comunque, si prova.
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Attraversiamo le prime quattro barriere senza problemi e io tiro fuori la video camera per registrare l’entrata in Siria. Il quinto valico è quello militare, pieno di soldati turchi, miliziani siriani e caschi blu. Alle guardie turche non fa nessun piacere che io registri, e me lo fanno capire, facendomi scendere dalla macchina e obbligandomi a seguirli. Faccio intendere loro di non capire nulla, Malih dice che ci farà da interprete, insistono e poi cedono. Finiamo in uno sgabuzzino all’interno di un container in sette. Quattro militari turchi, un miliziano siriano e noi due. Uno di loro con la telecamera in mano intento a vedere il filmato, io che cerco di aiutarlo e, onestamente, non ci riesco. Schiaccio tutti i pulsanti possibili e immaginabili senza riuscire a mostrare nulla, maledicendo tra me e me la mia mania di non consultare mai i libretti d’istruzione. Si discute animatamente, Malih fa capire loro che sono un fotografo italiano, ma pare che un mese prima sia scoppiata un’autobomba proprio lì, facendo diversi morti e a loro non piace che si registrino filmati. Mi giro e vedo un piccolo televisore acceso su un riassunto di una partita di calcio: Fenerbache-Lazio. Chiedo loro chi abbia vinto, interrompendo la conversazione. Malih traduce e loro con moto d’orgoglio:”Fenerbache!” Mi dico tifosissimo laziale. Ci fanno andare. Restituendomi pure la telecamera.
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Malih, Assaad e io facciamo un grosso sospiro di sollievo e ripartiamo.
Passato l’ultimo valico, inizia un campo profughi. Ormai ce ne sono troppi, tra qui, la Turchia e la Giordania. Questo qui in concreto è piccolino, saranno un migliaio di tende quelle tra le quali ci addentriamo dopo le consuete raccomandazioni di non fotografare le donne.
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Quanti bambini, tutti sorridenti e matti per venire ritratti, così come i loro padri che mi si avvicinano senza sosta. Su cento persone alle quali ho potuto chiedere il permesso di ritrarli in Siria, penso se ne siano rifiutate solamente due. Malih si avvicina al banchetto di un ragazzino che cerca di vendere bibite, dolciumi e merendine per comprargli una borsa piena di sacchettini di patatine da distribuire ai bambini. Giubilo e ressa generalizzata. Con Assaad faccio un giro per le tende, vuote e desolate.
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Ripartiamo per Binnish, dove ci attendono Adam e gli altri ragazzi dell’associazione di Malih. Il loro quartier generale è al primo piano di un edificio che si trova in una delle strade centrali della cittadina a duecento metri da una moschea, composto da uno stanzone con cuscini sul suolo appoggiati alle pareti al quale si accede passando per un corridoio buio, lungo cinque metri. All’interno dello stanzone delle prese di corrente, un router wi-fi, quattro portatili, una stampante e una teiera sempre calda. Nel bagno un generatore in funzione. Ci sediamo a bere un Çai e Malih mi chiede se mi farebbe piacere andare con loro in moschea, giacché è venerdì. Accetto volentieri e iniziamo le abluzioni, finite le quali ci dirigiamo alla moschea. Malih mi fa accomodare tra lui e Assaad, esortandomi a copiare ogni suo gesto e movimento. Appena entriamo ci andiamo a piazzare di fronte al pulpito dell’imam.
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Facciamo le prime preghiere, finite le quali mi dice che posso scattare alcune foto mentre fa la sua comparsa l’imam. Devo abbassare la macchina fotografica, mentre si accomoda alla nostra destra un ragazzo di non più di 25 anni, vestito con un tunica e turbanti neri e con una pistola automatica sotto l’ascella sinistra. Dopo circa un’ora, finita la predica e le preghiere finali, riprendiamo le nostre scarpe per uscire. Chiedo ai miei accompagnatori chi fosse il miliziano e mi dicono che era uno dei tanti che si avvicinava alla moschea il venerdì per poi tornare a combattere in prima linea. Se mi avessero detto che era tedesco, olandese o inglese, non me ne sarei stupito. All’uscita, ha subito inizio una manifestazione contro il presidente Assad.
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Nel corso di Binnish hanno parcheggiato un paio di pick-up dai quali tre oratori incitano a turno la folla con slogan e urla variopinte, circondati da ragazzi con videocamere, macchine fotografiche e cellulari ai quali mi unisco per ritrarre la folla composta per la stragrande maggioranza di ragazzi dai sedici a neanche trent’anni.
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E hanno inizio i bombardamenti.
La folla non si disperde, anzi, e compatta inizia a percorrere il corso scandendo slogan a pugni levati tra lo scoppio, non troppo lontano, di continue esplosioni. Seguiamo per un po’ il corteo, per poi decidere di tornare agli uffici per scaricare un po’ del materiale ottenuto. All’edificio al lato del nostro, una bomba ha appena tirato giù il cornicione. Recupero una scheggia dell’ordigno ancora calda e entriamo. Malih e Assaad devono andare a trovare la sorella del primo, e mi dicono che torneranno entro una mezz’ora.
Con un bicchiere dell’immancabile tè ai miei piedi inizio a scorrere gli scatti della giornata quando i tre ragazzi che si trovavano nella stanza con me si alzano di scatto per raggiungere il corridoio, urlandomi di fare altrettanto. Arriva uno scoppio ad una trentina di metri alle nostre spalle.
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Ci affacciamo cautamente e scalzi, per vedere il tetto di un palazzo mezzo distrutto. Torniamo al nostro corridoio mentre le bombe continuano ad abbattersi su Binnish. Adam, quello che parla l’inglese mi fa capire che il venerdì è la giornata in cui si intensificano i bombardamenti, probabilmente perché un scoppio sulla moschea durante la preghiera sarebbe un bel colpo per le forze filogovernative.
Adam decide di avventurarsi sul tetto per registrare con la sua videocamera una bella panoramica dei tetti in fiamme della città da postare successivamente sulla loro pagina.
Non fa in tempo a salire la prima rampa di scale che un botto tremendo proprio sul tetto del nostro edificio lo fa rientrare di corsa in corridoio invocando la grandezza di Allah. Il corridoio si riempie di una spessissima coltre di fumo.
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La tensione è alle stelle e anche i ragazzi, che sono abituati ai bombardamenti, restano impietriti. Non tremo, ma il cuore mi va a mille. Cerco di chiamare Malih, ma il mio cellulare turco non prende la linea da quando abbiamo passato il confine, quello italiano invece non vuole saperne di connettersi. Anche il collegamento internet è saltato e il generatore di corrente pompa in vano.
Adam mi passa copia dei video delle due ultime esplosioni, io gli passo copia delle fotografie.
Dopo circa una ventina di minuti tornano Malih e Assaad. Montiamo in macchina e mi portano a pranzo.
Si. A pranzo.
Andiamo alla splendida villa di Malih, dove ci attende il custode che, con i suoi figli, ha preparato una grigliata. Siamo in nove, essendosi aggiunti pure alcuni vicini e ci piazziamo dietro al lato sud-est della casa, molto vicini alla parete. Iniziamo a mangiare degli spiedini di carne con del pane azzimo, acquattandoci spesso alla parete appena sentiamo partire un colpo di cannone. Non ho appetito e il custode sembra offendersi.

Ci rimettiamo in cammino, direzione la frontiera, ma prima di arrivarci facciamo una sosta in un enorme piazzale poco distante dal confine, pieno di macchine di tutte le marche e modelli. Un concessionario locale. Diversi commercianti si aggirano guardando le macchine parcheggiate. Suv, furgoni, monovolume e fuoristrada. Alcuni pronti ad esalare l’ultimo respiro, altri invece vecchi al massimo un paio d’anni, spesso e volentieri con targa bulgara. L’ammiraglia di una nota casa automobilistica bavarese a 12.000 dollari, sembra proprio un affare.
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Un commerciante ci si avvicina e iniziano a discutere, dopo una mezz’oretta di contrattazioni, l’affare sembra fatto. Stacchiamo le targhe, raccogliamo libretto e borse dalla macchina e ci incamminiamo verso la frontiera. Dopo pochi metri ci affianca una macchina al bordo della quale si trova un altro cugino di Malih, giornalista presso Alaan TV, un canale con sede a Dubai. Baci e abbracci e decide di prestarci il suo autista affinché ci trasporti fino a passare la frontiera. Ci accalchiamo in macchina e ripartiamo, con l’ennesimo pensiero al mio passaporto. Il ragionamento che potrebbero fare ora è: come mai hai un timbro d’entrata, non hai quello d’uscita e vuoi rientrare in Turchia?
Mi va bene. O non lo notano, o non gli interessa.
Passati i cinque valichi ci siamo, è fatta. Manca solamente una passeggiata di tre chilometri per arrivare a casa di Assaad. Una passeggiata al tramonto.
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Dei quattro italiani rapiti a pochi chilometri da noi, vengo a sapere in tarda serata da un amico giornalista che mi chiama quando entro in albergo.

http://www.escapista.net/web/syria.html

Very American…

meinfocus:

The Truth at Hand
❧ Of all the female superheroes, I always found myself drawn to Wonder Woman. I know part of it was that she was the only “woman” the rest were all just “girls”.

A recommendation perhaps? inspiration, art, or photography? Very American…

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